LA GIUSTA COLLERA DEI LAVORATORI DEL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE GENOVESE
Martedì diciassette settembre è una giornata campale per i viaggiatori della città e della provincia di Genova: sono previste, e puntualmente attuate, ventiquattro ore di sciopero sia da parte dell'Azienda Mobilità e Trasporti sia dell'Azienda Trasporti Provinciali; in teoria sono garantite due fasce orarie nelle quali le macchine delle due aziende dovrebbero circolare, ma non verranno rispettate.
L'atmosfera è piuttosto pesante: da una parte vi sono i lavoratori giustamente inferociti dal piano di privatizzazione, dall'altra si trovano i cittadini imbufaliti dall'ennesima astensione dal lavoro, e forse anche dal blocco - attuato posizionando alcune corriere nel mezzo della sede stradale - della centralissima piazza genovese di Corvetto, che crea non pochi problemi al traffico cittadino.
A pochi metri dalla suddetta piazza, si svolge in largo Eros Lanfranco - la sede della Prefettura - un incontro tra le aziende, le istituzioni, ed i sindacati, al termine del quale è annunciato il raggiungimento dell'accordo: la Provincia mette a disposizione un immobile di valore (l'ex Provveditorato agli studi di via Assarotti) come garanzia, e la Finanziaria Ligure per lo Sviluppo Economico (Filse) concede un prestito pari a 4,5 milioni di Euro per coprire il deficit aziendale.
A questo punto sembrerebbe tutto risolto, ma non è così; l'assessore al Lavoro ed ai Trasporti della regione, lo spezzino - di Arcola - Giovanni Vesco detto Enrico, all'uscita dalla riunione viene affrontato a muso duro dai lavoratori: viene portato via dagli uomini della polizia politica (Digos) prima che possa essere 'massaggiato energicamente' da qualcuno dei contestatori.
Il motivo della giusta e sacrosanta contestazione lo chiarisce lo stesso esponente del Partito dei Comunisti Italiani, in un'intervista concessa ad Isabella Villa e pubblicata sul Secolo XIX del giorno successivo: "Sia chiaro che questo è destinato a restare un 'unicum' e sarà comunque necessario arrivare alla vendita dell'azienda".
La domanda che sorge spontanea è se non si vergogni almeno un po', il sedicente comunista, ad usare parole di quel genere; qualora non si trattasse di un'errata interpretazione delle sue affermazioni, occorrerebbe chiedersi se non sia il caso per il Partito dei Comunisti Italiani - di cui il Vesco è da sempre il segretario regionale ligure - di cambiare nome: questo perché è evidente che, una formazione politica che asserisce di essere nata per dare continuità alla tradizione del partito revisionista, non può sostenere, senza vergognarsene, la privatizzazione dei servizi pubblici.
Così facendo si porrebbe fine all'assurdo equivoco secondo il quale si può sostenere di essere per il rovesciamento dello stato di cose presente, e contemporaneamente avallare continui regali al padrone di turno.
Genova, 19 settembre 2013
Stefano Ghio - Proletari Comunisti Genova
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